Il fenomeno della migrazione è da considerarsi alla stregua di “una pandemia, perché la tragedia continua e non ci sono risposte forti e adeguate”. Così il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, nel suo intervento di oggi a Roma all’evento conclusivo della campagna “Liberi di partire, liberi di restare”, promossa dalla Cei e durata tre anni. “Sono 30 anni che andiamo avanti con la logica dell’emergenza pensando di trovare risposte rapide ed efficaci – ha fatto notare il card. Zuppi -. La campagna invece dava una prospettiva, per lasciare le persone libere di restare e libere di partire. Rappresentava una scelta importantissima: non accontentarci di non poter far nulla. Perché quando diciamo: ‘aiutiamoli a casa loro’, non si fa niente né qui né lì, tanto che i soldi per la cooperazione sono ancora diminuiti”. In questi anni, ha proseguito, ci sono state “tante occasioni perse, tante tragedie in mare che non hanno prodotto nulla”. Il card. Zuppi ha poi invitato la Chiesa a fare cultura, in contrapposizione con “tanti slogan che inquinano”: “Oggi non ci si vergogna più. Dobbiamo avere ancora più coraggio nel trasmettere dei contenuti in maniera intelligente, tra una generazione che rischia la superficialità digitale e la fabbrica dell’odio che può dire tutto e il contrario di tutto”. “Senza cultura, visione della vita, valori condivisi, è davvero pericoloso – ha affermato -. La carità deve produrre cultura. Perché non basta la generosità. Dobbiamo andare in profondità per capire le necessità e cosa si può fare”. La Chiesa, ha ricordato, “si occupa di fare l’ospedale da campo perché è Chiesa. Ma quando pensiamo di vivere nelle cliniche private non ci accorgiamo più dell’ospedale da campo”. La campagna ha avuto il merito di tessere una “rete di solidarietà intelligente tra le Caritas e le varie realtà, associazioni e movimenti. Questo è un frutto importante per spezzare le catene per permettere ad ogni uomo di essere davvero libero di partire e di restare”.

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