di Marco Testi
Roma ha perso due figli che hanno attraversato la nostra storia dagli anni Settanta ad oggi. Il primo è stato Giggi, come sarebbe meglio scrivere in omaggio alla sua parlata romana, e il fatto che i media siano ancora letteralmente invasi da foto, disegni, spezzoni filmici e teatrali, citazioni, poesie, semplici “mi dispiace”, la dice lunga sull’amore non solo romano per chi ha saputo esportare il modello capitolino in tutto il pianeta. E senza l’impaccio della forzatura oscena, del sottinteso pruriginoso. Se lo hanno voluto e amato registi come Altman (Un matrimonio), Monicelli (Panni sporchi), solo per fare due nomi, se la sua attività si è allargata anche alla regia lirica, con la Carmen di Bizet o il Don Giovanni di Mozart, e
se, nello stesso tempo, è rimasto l’ottavo re di Roma, la ragione deve esserci, e pure profonda.
Perché ha usato il suo talento in modo costruttivo, senza mai trascendere nelle dichiarazioni fuori dal suo lavoro? Perché ha parlato quasi sempre attraverso quel lavoro e non le purtroppo assai inflazionate sceneggiate private e salottiere? Perché alla sua presenza naturalmente scenica, al suo tono inconfondibile di voce ha aggiunto un lungo lavoro sulla tecnica e lo stile?
Per tutte queste cose insieme Roma è divenuta ancora una volta caput mundi grazie a un suo figlio che non ha sperperato narcisisticamente i talenti propri e della illustre città-madre.
E non suoni offensivo per la statura artistica di Proietti parlare anche di un altro romano che ci ha lasciato in questi giorni, che apparteneva alla razza dei musicisti girovaghi, nel senso che il gruppo di cui era batterista, e anche paroliere, dopo la scomparsa di Valerio Negrini, se ne andava in giro a suonare per il mondo già dai mitici Sessanta.
Avrete capito che stiamo parlando di Stefano D’Orazio e dei Pooh, un altro fenomeno popolare mai oltre le righe, che ha messo in opera i talenti che il buon Dio ha donato ai suoi componenti. Talenti non solo del tipo amore-cuore: “Per quelli che trasmettono/Per chi non sa parlare/Per chi farà chilometri/E per chi aspetterà./Sia tenero il tramonto/A riposarvi il cuore”, sono parole che non invitano esattamente al disimpegno e alla lacrimuccia d’addio. Stefano e i suoi compagni di quarantennale avventura hanno compiuto la difficile operazione di narrare non solo gli amori giovanili, ma il dolore e i piccoli, però profondi, attimi della separazione definitiva (Una donna normale), di un’avventura finita in modo inaspettato (Io in una storia), e perfino della richiesta di aiuto a Dio perché ci aiuti a fronteggiare il male che sembra aver invaso il nostro mondo (C’è bisogno di un piccolo aiuto).
La realtà cantata da Stefano e dagli altri è stata quella che ha fatto i conti con la solitudine della metropoli, con il viaggio alla ricerca di se stessi, o, con “Mezzanotte per te”, un attimo della vita privata di un giornalista inviato all’Est, in cui, mentre scrive nel cuore della notte, pensa alle figlie che stanno a ballare, alla primavera di Praga, al Vietnam, al foglio di via che lo “invitò” a lasciare il luogo della sua testimonianza di cronista. Non solo canzonette.
Giggi e Stefano avevano molto di diverso, tutto, praticamente. Eppure l’attore e il batterista hanno adempiuto ad una missione delicatissima:
quella di trasmettere valori, emozioni, amore alla gente senza farsi idoli o demoni, il che capita sempre più spesso in quelli che dovrebbero essere mezzi di comunicazione civile e costruttiva.

Li abbiamo incontrati, e, direbbe Walt Whitman, siamo salvi. Perché ci hanno insegnato che la via dell’onestà intellettuale e l’arte possono camminare insieme.

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