Covid e Brexit, Regno Unito sempre più isolato. Ma non basta additare Johnson

di Gianni Borsa
Troppo facile e sbrigativo assegnare ogni colpa a Boris Johnson. Il premier inglese si trova a gestire una delle peggiori fasi della gloriosa storia britannica fra Brexit, Covid, recessione economica, crisi politica interna, scarsa credibilità sulla scena internazionale. Il suo partito, i Tories, è allo sbando; il governo tremebondo dinanzi alle decisioni da assumere; traballante la maggioranza che lo sostiene a Westminster.
Il coronavirus ha colpito duramente il Paese e ora non risparmia una variante che insospettisce l’Europa, la quale decide di isolare chi lo è già. E tra poco più di una settimana il Regno Unito sarà ancor più abbandonato a sé per la decisione, assunta sull’onda del “Take Back Control” con il referendum del 2016. Un Brexit senza accordo (generato dalle impuntature d’oltre Manica su commercio, pesca, concorrenza, mercato unico e diritti dei cittadini esteri) significherebbe l’ulteriore isolamento per i sudditi della Regina, con un prevedibile aggravamento della crisi economica.
Ma è giusto mettere alla gogna Boris Johnson (che peraltro infila un errore dietro l’altro), come tendono a fare una parte dell’opposizione laburista, tante voci scozzesi e irlandesi, taluni media del Paese e un’ampia parte della stampa e dell’opinione pubblica europee? Troppo semplice, appunto…

La situazione in cui si trova il Regno Unito dipende da una infinità di fattori:alcuni dei quali assolutamente imponderabili, come la stessa pandemia, che sta contagiando il vecchio continente e il resto del mondo (pur con diversa virulenza). Il Covid, poi, trascina con sé una serie di guai: economici, occupazionali, sociali, psicologici, relazionali… Eppure non si può negare che altri elementi dipendano da atti di volontà liberamente assunti: fra questi lo stesso Brexit e la scelta dei propri leader politici.
Ci sono decisioni che un popolo può permettersi di imboccare liberamente, assumendone le conseguenze. La strada del populismo breexiter, del nazionalismo leave, non si devono ad altri se non a una risicata maggioranza di elettori che il 23 giugno 2016 ha deciso di lasciare l’Unione europea, ritenuta una palla al piede in grado di frenare la grandezza britannica. E, si sa, in democrazia (il Regno Unito era e resta la patria della democrazia), la maggioranza decide, anche quando è palesemente in errore.

Resta una domanda. Populismo e nazionalismo sono “virus” esclusivamente inglesi?La risposta è no. L’“America first” di Trump ne è solo una riprova, fortunatamente archiviata. Ma il populismo, nelle sue diverse forme, attraversa l’intero continente europeo – e oltre –, con radici pseudo-culturali e riverberi elettoral-politici evidenti in vari Paesi. Se ne è avuta la conferma negli ultimi anni in Grecia, Polonia, Ungheria, Turchia; ha fatto apparizione in Scandinavia, si è rafforzato nei Balcani; ha alzato la testa in Francia, Spagna, Svizzera, Belgio, Paesi Bassi e Germania. Anche se, occorre riconoscerlo, in alcuni Paesi ben governati ha avuto meno foraggio.
Poi c’è il caso-Italia, per nulla esente dalla baldanza populista che di frequente riaffiora, come uno sport nazionale, nella mentalità corrente, si alimenta di slogan da sottocultura, trova un trampolino nei social e una sponda in una parte dei media. Il populismo viene quindi cavalcato da politici senza scrupoli che non pensano al bene del Paese ma solo alla prossima scadenza elettorale.
Ebbene, la difficile situazione in cui versa il Regno Unito dovrebbe generare due atteggiamenti. Il primo di estrema solidarietà e vicinanza verso un popolo e un Paese amici. Il secondo di attenzione guardinga e prevenuta verso scelte di popolo (ma non “popolari”) affrettate e superficiali, specie in campo politico, delle quali si rischia di pagare a lungo un caro prezzo.

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