Piacevano anche a Leopardi le sfrappe di Carnevale

di Ugo Bellesi

Come già lo scorso anno, anche il Carnevale 2021, a causa della pandemia, sarà festeggiato in tono minore, soprattutto per evitare gli assembramenti. È certo però che non mancheranno i dolci delle feste carnascialesche dal momento che già nelle settimane scorse hanno fatto bella mostra di sé nelle vetrine delle pasticcerie e delle gastronomie cittadine. E almeno in questo sicuramente si riuscirà a rispettare la tradizione, sia che i dolci siano acquistati oppure confezionati in casa secondo le ricette più classiche.

Il Carnevale è stato sempre festeggiato all’aperto o anche in teatro secondo tradizioni molto precise, specialmente negli anni tra fine ‘700 e primi ‘800. Infatti nelle campagne si facevano le “veglie” con suoni e danze e inviti reciproci tra le varie famiglie per consumare sfrappe, frittelle, castagnole, scroccafusi, lingue delle donne (alias “limoncelli” attuali). È da sottolineare che Giacomo Leopardi, appassionato di dolci, preferiva le frittelle e le “frappe”, come lui chiamava le sfrappe. E la conferma ci viene da un suo manoscritto (conservato nella biblioteca di Napoli) in cui il poeta elenca i 49 piatti da lui preferiti. Nei teatri di paese o di città si tenevano grandi veglioni ai quali partecipavano anche operai e artigiani, mentre lungo le vie principali o nei rioni si svolgevano feste mascherate con i contadini
che sfilavano indossando le vesti dei mesi dell’anno (famosa era la sfilata di Morrovalle). Non mancavano personaggi ben noti che ogni anno si mascheravano per prendere in giro qualche autorità, con il rischio però di finire in carcere.

Le maschere marchigiane più note erano quelle di “Mengone Torcicolli”, “Lisetta”, “Ciafrì” o anche “Piticchinella”. A volte il veglione nei teatri era preceduto dalla esibizione di compagnie di “comici”, sempre minacciati di arresto se avessero fatto “gesti o lazzi sconvenienti”. Stesso rischio correvano gli spettatori che in teatro avessero disturbato la manifestazione gettando dai palchi o dal loggione bucce di frutta, avanzi di arrosto o altro, ma anche per richieste troppo rumorose di bis di scenette o “arie”. In proposito c’erano precise ordinanze dei Comuni o notificazioni dei delegati apostolici.

Spesso ci si chiede: ma nei conventi si festeggia il carnevale? Sicuramente sì. Infatti nell’Enciclopedia cattolica del 1950 si legge «la Chiesa non dà l’ostracismo a priori alle gioie e ai tripudi del Carnevale, anche se accompagnati da feste e banchetti, perché il corpo ha bisogno di riposo e di rinforzo per nuove fatiche e per le mortificazioni prescritte». Tuttavia «invita i buoni a riparare con la preghiera le offese fatte a Dio dalle deviazioni del Carnevale». Così sappiamo dalle cronache che in monasteri e conventi a Carnevale si facevano dei concerti musicali oppure delle rappresentazioni teatrali riguardanti episodi della Bibbia o della vita dei santi con testi spesso scritti dalle stesse monache. A volte non mancavano spettacoli a tema profano, ma rispettando rigide regole per quanto riguardava i vestiti indossati. In merito all’aspetto gastronomico del carnevale nei conventi non mancavano i dolci tradizionali come castagnole, sfrappe e cannoli.

Spesso figurava anche una “insalata di carnevale” che non ha nulla a che vedere con i dolci. Si tratta appunto di una insalata composta da un trito di fegatelli, zampe, ventrigli, pezzetti di vitello, uova sode, limone e prezzemolo, da servire in piattini condendo il tutto solo con aceto.

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments