di fra Michel Gonçalves ofm cap

fra Michel Gonçalves ofm cap

Il Benin è un piccolo e quasi sconosciuto Paese dell’Africa occidentale che si rallegra oggi per la serena convivenza di diverse religioni, ma segnato dalla triste vicenda della tratta degli schiavi. Con 160 anni di cristianesimo, in Benin sono presenti numerosi istituti di vita religiosa, tra i quali l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, al quale appartenne anche san Pio da Pietrelcina.

Così i semi dell’evangelizzazione hanno iniziato a dare molti frutti e anche io dopo aver iniziato a percorrere le strade dell’università, ho sentito la voce dolcissima del Signore che bussava alla porta del mio cuore e che ha trovato risposta nel carisma francescano, a cui appartengo ormai da 14 anni, grazie a fra Claude Djimenou, mio compagno delle superiori già nei Cappuccini e all’incontro con tanti frati, in particolare fra Giansante Lenti.

Nell’ascoltarlo con la sua grinta ed entusiasmo, nel vederlo farsi massacrare per gioco da tanti bambini e creare legami con la gente scherzando senza vergogna, è scattata la mia scintilla. È da lui che ho ricevuto uno dei più grandi insegnamenti che, come nella vita, se due macchine sono in una curva con le luci abbaglianti accese, bisogna che uno dei due conducenti decida di abbassarle se si vuole evitare uno schianto frontale.

Ho scelto così la via cappuccina, per la semplicità e la gioia dalla preghiera alla quale san Francesco chiamava i suoi fratelli. Camminando sulle sue orme ho capito che dovevo vincere la mia timidezza perché Francesco era il re della giovinezza, un frate del popolo. Dopo l’ordinazione sacerdotale l’8 agosto 2015, sono stato chiamato in Italia a prestare vari servizi: nel Segretariato delle Missione Estere dei Frati Cappuccini delle Marche, grazie al quale ho anche visitato le realtà cappuccine in Etiopia, nella parrocchia Santa Maria in Montemorello come catechista e vice parroco, nel gruppo Maria Rinnovamento nello Spirito come assistente, nella Pastorale Giovanile di Montelupone e nell’unita pastorale di Recanati.

Il 22 novembre 2020 sono stato richiamato in Benin, accanto a 9 frati e 6 postulanti, nella fraternità Saint François d’Assise di Cotonou, che è anche trampolino per giovani desiderosi di seguire le orme del nostro patrono Francesco. La mia vita missionaria si riassume ora in una pastorale di prossimità tra aspetto spirituale e fraterno: celebrazioni, sacramenti – soprattutto confessioni –, accompagnamento di una com­­unità inglese, animazione del sito della Custodia e partecipazione alle commissioni vocazioni e liturgia.

Dopo queste esperienze, mi sono reso conto che la sfida per noi messaggeri di Dio è fare entrare il Vangelo nelle diverse culture mantenendone sempre la sua bellezza originaria. Se in Italia ero scherzosamente troppo bruciato per molti, nel mio Paese sono i miei capelli ad essere troppo lunghi e voluminosi, ma quello che fa la differenza nella nostra vita di fede è quello che Dio ci fa vivere nel profondo del cuore, che non guarda né il colore della pelle né la lunghezza dei capelli.

Essere missionario è semplicemente essere se stessi nell’ordinario della vita, ovunque ci troviamo, lasciandoci guidare dal Signore sulle vie sconosciute dell’abbandono, raccontando Dio, mettendo la fede in atto, seminando gioia, portando speranza e sostegno spirituale a chi grida nel silenzio. Essere missionario è lasciare Dio vivere in noi, ancor più per un religioso che non è stato chiamato per merito ma per amore.

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