“Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”

Preghiamo i salmi con S. Giovanni Paolo II

SALMO 32,1-4.8-9.20-22
Esultate, giusti, nel Signore; ai retti si addice la lode. Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate. Cantate al Signore un canto nuovo, suonate la cetra con arte e acclamate. Poiché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera. Tema il Signore tutta la terra, tremino davanti a lui gli abitanti del mondo, perché egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste. L’anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome. Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo.

Il Salmo 32 è un canto di lode al Signore dell’universo e della storia. Questo canto è “nuovo”, non solo perché rinnova la certezza nella presenza divina all’interno del creato e delle vicende umane, ma anche perché anticipa la lode perfetta che si intonerà nel giorno della salvezza definitiva, quando il Regno di Dio sarà giunto alla sua attuazione gloriosa.
Proprio al finale compimento in Cristo guarda san Basilio, il quale spiega così questo passo: “Abitualmente si dice ‘nuovo’ o ciò che è inusitato o ciò che è nato da poco. Se tu pensi al modo stupefacente e superiore a ogni immaginazione dell’incarnazione del Signore, canti necessariamente un canto nuovo e insolito. E se percorri con la mente la rigenerazione e il rinnovamento di tutta l’umanità, resa vecchia dal peccato, e annunzi i misteri della risurrezione, anche allora canti un cantico nuovo e insolito” (Omelia sul Salmo 32,2: PG 29,327B). Insomma, secondo san Basilio l’invito del salmista, che dice: “Cantate a Dio un canto nuovo”, per i credenti in Cristo significa: “Onorate Dio non secondo il costume antico della ‘lettera’, ma nella novità dello ‘spirito’. Chi non intende infatti la Legge esteriormente, ma ne riconosce lo ‘spirito’, costui canta un «cantico nuovo»”.
Il Salmo si chiude con un’antifona che è entrata nella finale del noto inno Te Deum: “Signore, sia su di noi la tua grazia, perché in te speriamo” (v. 22). Grazia divina e speranza umana s’incontrano e si abbracciano. Anzi, la fedeltà amorosa di Dio (secondo il valore del vocabolo ebraico originale qui usato, hésed), simile a un manto, ci avvolge, riscalda e protegge, offrendoci serenità e dando un sicuro fondamento alla nostra fede e alla nostra speranza.

Una storia per pensare…
Un potente sovrano viaggiava nel deserto seguito da una lunga carovana che trasportava il suo favoloso tesoro d’oro e pietre preziose. A metà del cammino, sfinito dall’infuocato riverbero della sabbia, un cammello della carovana crollò boccheggiante e non si rialzò più. Il forziere che trasportava rotolò per i fianchi della duna, si sfasciò e sparse tutto il suo contenuto, perle e pietre preziose, nella sabbia. Il principe non voleva rallentare la marcia, anche perché non aveva altri forzieri e i cammelli erano già sovraccarichi. Con un gesto tra il dispiaciuto e il generoso, invitò i suoi paggi e i suoi scudieri a tenersi le pietre preziose che riuscivano a raccogliere e portare con sè. Mentre i giovani si buttavano avidamente sul ricco bottino e frugavano affannosamente nella sabbia, il principe continuò il suo viaggio nel deserto. Si accorse però che qualcuno continuava a camminare dietro di lui. Si voltò e vide che era uno dei suoi paggi, che lo seguiva ansimante e sudato. “E tu” gli chiese il principe, “non ti sei fermato a raccogliere niente?”. Il giovane diede una risposta piena di dignità e di fierezza: “No! Io seguo solo il mio Re!” Con Cristo non ci sono problemi. Senza Cristo non ci sono soluzioni.

La voce di un grande Spirituale
“Non è a motivo delle nostre domande che Dio c’invia i suoi doni e le sue grazie, ma Egli fa delle nostre domande un mezzo che ci porta a percepire la Sua sollecitudine verso di noi” (Isacco il siro)

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