Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Preghiamo i salmi con S. Giovanni Paolo II

CANTICO DI GIUDITTA (Gdt 16,1-2A. 13-15)
Lodate il mio Dio con i timpani, cantate al Signore con cembali, elevate a lui l’accordo del salmo e della lode; esaltate e invocate il suo nome. Poiché il Signore è il Dio che stronca le guerre. Innalzerò al mio Dio un canto nuovo: Signore, grande sei tu e glorioso, mirabile nella tua potenza e invincibile. Ti sia sottomessa ogni tua creatura: perché tu dicesti e tutte le cose furon fatte; mandasti il tuo spirito e furono costruite e nessuno può resistere alla tua voce. I monti sulle loro basi insieme con le acque sussulteranno, davanti a te le rocce si struggeranno come cera; ma a coloro che ti temono tu sarai sempre propizio.

Questo Cantico di lode è attribuito a Giuditta dal libro omonimo, un’eroina che divenne il vanto di tutte le donne di Israele, perché a lei toccò esprimere la potenza liberatrice di Dio in un momento drammatico della vita del suo popolo. Di questo suo cantico, la liturgia delle lodi ci fa recitare solo alcuni versetti. Essi invitano a fare festa, cantando a voce spiegata, suonando timpani e cembali, per dare lode al Signore “che stronca le guerre”. Quest’ultima espressione, che definisce il vero volto di Dio amante della pace, ci immette nel contesto in cui l’inno è nato. Si tratta di una vittoria conseguita dagli Israeliti in modo del tutto sorprendente, ad opera di Dio che interviene per sottrarli alla prospettiva di una disfatta imminente e totale. L’Autore sacro ricostruisce questo evento a distanza di secoli per offrire a fratelli e sorelle di fede, tentati dallo scoraggiamento in una situazione difficile, un esempio che li possa rincuorare. L’opera di Dio emerge tanto più luminosa, in quanto egli non ricorre ad un guerriero o ad un esercito. Come una volta, al tempo di Debora, aveva eliminato il generale cananeo Sisara per mezzo di Giaele, una donna (cfr Gdc 4, 17-21), ora si serve di nuovo di una donna inerme per venire in aiuto al popolo in difficoltà. Forte della sua fede, Giuditta si avventura nell’accampamento nemico, ammalia con la sua bellezza il condottiero e lo sopprime in modo umiliante.
La figura di Giuditta diventerà poi archetipo che permetterà non solo alla tradizione ebraica, ma anche a quella cristiana, di sottolineare la predilezione di Dio per ciò che è considerato fragile e debole, ma che proprio per questo è scelto per manifestare la potenza divina. Ella è una figura esemplare anche per esprimere la vocazione e la missione della donna, chiamata al pari dell’uomo, secondo i suoi tratti specifici, a svolgere un ruolo significativo nel disegno di Dio. Alcune espressioni del libro di Giuditta passeranno, più o meno integralmente, nella tradizione cristiana, che vedrà nell’eroina ebrea una delle prefigurazioni di Maria. Non si sente forse un’eco degli accenti di Giuditta, quando Maria nel Magnificat canta: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1, 52)?

Una storia per pensare…
Un vecchio eremita fu invitato, una volta, alla corte del re più potente di quell’epoca. “Io invidio un sant’uomo, che si accontenta di tanto poco”, disse il sovrano. “E io invidio vostra maestà, che si accontenta di meno di me”, rispose l’eremita. “Come potete dirmi questo, se tutto il Paese mi appartiene?”, esclamò il re, offeso. “Proprio per questo! Io ho la gioia, la serenità, conosco il senso della mia vita, poiché ho Dio nella mia anima! Vostra maestà, invece, ha soltanto questo regno.”

La voce di uno scrittore del Novecento
Se il cristianesimo viene spogliato delle sue assurdità per renderlo gradito al mondo, cosa ne rimane? Voi sapete che la ragionevolezza, il buon senso, le virtù naturali esistevano già prima di Cristo e che si trovano anche ora presso molti non cristiani. Cosa ci ha portato Cristo in più? Appunto alcune assurdità. Ci ha detto: Amate la povertà, amate gli umiliati e gli offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera, degli onori, delle cose effimere, indegne di anime immortali (Ignazio Silone)

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