Il Vescovo sulla tragedia di Elio Marucci

Non basta più rispondere a chi chiede aiuto, bisogna aiutare la nostra società distratta ad accorgersi di nuove povertà e nuove sofferenze sempre più nascoste

La situazione di Elio Marucci, il quarantottenne trovato morto in casa a Tolentino dopo quasi un mese, invita tutti alla riflessione. Nessuno punti il dito con troppa facilità: in questo mondo già chiuso ed individualista ancor prima della pandemia, chi potrebbe affermare di avere un dialogo frequente con tutte le persone che vivono nel suo condominio? Basta che con almeno una persona non ci parliamo da un mese e potremmo anche noi ritrovarci nella stessa situazione dei condòmini di Elio.

Questo non toglie che la nostra società debba interrogarsi seriamente sullo stile di vita a cui ci stiamo abituando da anni. È una vita buona quella in cui ci disinteressiamo tranquillamente della vita degli altri, come se ognuno bastasse a sé? Già prima di Cristo il valore dell’attenzione all’altro veniva indicato come fondamento di vera civiltà da Publio Terenzio Afro che nel 165 a.C. scrive: «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo estraneo a me».

Da credenti quanto accaduto ci deve interrogare e sfidare ancora di più a metterci a servizio di questi poveri. Oggi non basta più rispondere a chi chiede aiuto, bisogna aprire occhi ed orecchie per aiutare la nostra società distratta ad accorgersi di nuove povertà e nuove sofferenze sempre più nascoste.

La fede infine ci conferma che se anche noi uomini abbiamo lasciato solo Elio, Cristo non lo ha certo mai lasciato solo. Non è un alibi, ma un invito più forte ad essere Cristiani sul serio.

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