Non temere Maria

Preghiamo i salmi con S. Giovanni Paolo II

CANTICO DI ISAIA (IS 12,1-4)
«Ti ringrazio, Signore; tu eri in collera con me, ma la tua collera si è calmata e tu mi hai consolato. Ecco, Dio è la mia salvezza; io confiderò, non temerò mai, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza. Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza». In quel giorno direte: «Lodate il Signore, invocate il suo nome; manifestate tra i popoli le sue meraviglie, proclamate che il suo nome è sublime».

Questo salmo è stato inserito dalla redazione finale come conclusione della sezione del libro di Isaia in cui il profeta annuncia la venuta futura di un re salvatore, denominata “libro dell’Emmanuele”. Di essa, infatti, evoca alcuni temi: la salvezza, la fiducia, la gioia, l’azione divina, la presenza fra il popolo del “Santo d’Israele”, espressione che indica sia la trascendente “santità” di Dio, sia la sua vicinanza amorosa e attiva, sulla quale il popolo di Israele può contare. Chi canta è una persona che ha alle spalle una vicenda amara, sentita come un atto del giudizio divino. Ma ora la prova è cessata, la purificazione è avvenuta; alla collera del Signore subentra il sorriso, la disponibilità a salvare e consolare. I cristiani hanno letto in queste parole di Isaia un annuncio di Gesù re messianico. Nella prima parte dell’inno domina la parola “salvezza”. Ricordiamo tra l’altro che il nome di Isaia – come quello di Gesù – contiene la radice del verbo ebraico ya-ša’, che allude alla “salvezza”. Il nostro orante ha, perciò, la certezza inconcussa che alla radice della liberazione e della speranza c’è la grazia divina. La salvezza donata da Dio, capace di far sbocciare la gioia e la fiducia anche nel giorno oscuro della prova, è raffigurata attraverso l’immagine, classica nella Bibbia, dell’acqua: “Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza”. Il pensiero corre idealmente alla scena della donna samaritana, quando Gesù le offre la possibilità di avere in se stessa una “sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14). La seconda strofa è un continuo appello alla lode gioiosa in onore del Signore. Si moltiplicano gli imperativi a cantare: “Lodate, invocate, manifestate, proclamate, cantate, gridate, esultate”. Al centro della lode c’è un’unica professione di fede in Dio salvatore, che opera nella storia ed è accanto alla sua creatura, condividendone le vicende. Questa professione di fede ha una funzione anche missionaria: “Manifestate tra i popoli le sue meraviglie… Ciò sia noto a tutta la terra”. La salvezza ottenuta deve essere testimoniata al mondo, così che l’umanità intera accorra a quelle sorgenti di pace, di gioia, di libertà.

Una storia per pensare…
Un giorno, un vecchio eremita, famoso per la sua saggezza, incontrò un giovane discepolo. Era un giovane semplice e buono e il vecchio saggio gli voleva molto bene. Incontrandolo gli disse: “Vieni, andiamo a predicare”. “Padre mio” rispose, “sai che ho poca istruzione e poca esperienza. Come potrei parlare alla gente?”. Ma poiché il vecchio saggio insisteva, il giovane acconsentì. Girarono per tutta la città, pregando in silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con i più anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono una donna a portare un pesante recipiente pieno d’acqua. Dopo aver attraversato più volte tutta la città, il vecchio saggio disse: “Bene, è ora di tornare a casa”.”E la nostra predica?” disse il giovane con espressione meravigliata. “L’abbiamo fatta… l’abbiamo fatta” rispose sorridendo il santo.

La voce del Papa Buono
Signore, le valigie sono pronte: mi sento in comunione con tutti quelli che soffrono negli ospedali e sono angosciati. Non è il momento di piangere: è un momento di gioia. Soffro con amore! (san Giovanni XXIII)

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