SALMO 50 (SAL 50,3- 4.15.17-21)
Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il
mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato. Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno. Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode; poiché non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi. Nel tuo amore fa grazia a Sion, rialza le mura di Gerusalemme. Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare.

Il messaggio di speranza che chiude il Miserere è questo: Dio può «cancellare, lavare, mondare» la colpa confessata con cuore contrito. L’orante è consapevole di essere stato perdonato da Dio. Ormai la sua bocca sta per proclamare al mondo la lode del Signore, attestando in tal modo la gioia che sperimenta l’anima purificata dal male e perciò liberata dal rimorso. L’orante testimonia in modo netto un’altra convinzione, connettendosi all’insegnamento reiterato dei profeti: il sacrificio più gradito che sale al Signore come profumo e fragranza soave non è l’olocausto di tori e di agnelli ma piuttosto il «cuore affranto e umiliato». L’Imitazione di Cristo, testo tanto caro alla tradizione spirituale cristiana, ripete lo stesso ammonimento del Salmista: «L’umile contrizione dei peccati è per te il sacrificio gradito, un profumo molto più soave del fumo dell’incenso… Là si purifica e si lava ogni iniquità». Il nostro Salmo si conclude però in modo inaspettato, con una prospettiva completamente diversa, che sembra persino contraddittoria. Dall’ultima supplica di un singolo peccatore si passa a una preghiera per la ricostruzione di tutta la città di Gerusalemme, il che ci trasporta dall’epoca di Davide a quella della distruzione della città, secoli dopo. D’altra parte, dopo aver espresso il rifiuto divino delle immolazioni di animali, il Salmo annuncia che Dio gradirà queste stesse immolazioni. È chiaro che questo passo finale è un’aggiunta posteriore, fatta nel tempo dell’esilio, che vuole, in un certo senso, correggere o almeno completare la prospettiva del Salmo davidico. E questo su due punti: da una parte, non si è voluto che tutto il Salmo si restringesse a una preghiera individuale; bisognava pensare anche alla situazione pietosa di tutta la città. Dall’altra parte, si è voluto ridimensionare il rifiuto divino dei sacrifici rituali; questo rifiuto non poteva essere né completo né definitivo, perché si trattava di un culto prescritto da Dio stesso nella Torah. Chi ha completato il Salmo ha avuto una intuizione valida: ha capito la necessità in cui si trovano i peccatori, la necessità di una mediazione sacrificale. I peccatori non sono in grado di purificarsi da soli; non bastano buoni sentimenti. Ci vuole una mediazione esterna efficace. Il Nuovo Testamento rivelerà il senso pieno di questa intuizione, mostrando che con l’offerta della sua vita, Cristo ha effettuato una mediazione sacrificale perfetta. Nelle sue Omelie su Ezechiele san Gregorio Magno ha colto bene la differenza di prospettiva che esiste tra i vv. 19 e 21 del Miserere. Egli ne propone una interpretazione, che possiamo anche accogliere, concludendo così la nostra riflessione. San Gregorio applica il v. 19, che parla di spirito contrito, all’esistenza terrena della Chiesa e il v. 21, che parla di olocausto, alla Chiesa nel cielo. Ecco le parole di quel grande Pontefice: «La santa Chiesa ha due vite: una che conduce nel tempo, l’altra che riceve in eterno; una con cui fatica in terra, l’altra che viene ricompensata in cielo; una con cui raccoglie i meriti, l’altra che ormai gode dei meriti raccolti. E nell’una e nell’altra vita offre il sacrificio: qui il sacrificio della compunzione e lassù il sacrificio di lode. Del primo sacrificio è detto: “Uno spirito contrito è sacrificio a Dio” (Sal 50,19); del secondo sta scritto: “Allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione” (Sal 50, 21)… In entrambi si offrono le carni, perché qui l’oblazione della carne è la mortificazione del corpo, lassù l’oblazione della carne è la gloria della risurrezione nella lode a Dio. Lassù si offrirà la carne come in olocausto, allorché trasformata nella incorruttibilità eterna, non ci sarà più nessun conflitto e niente di mortale, perché perdurerà tutta intera accesa di amore per lui, nella lode senza fine».

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