Per meditare la Passione di Gesù secondo Giovanni (18,1-19,42)

Il Vangelo di Giovanni si suddivide in due parti principali: il Libro dei Segni ed il Libro della Passione o Libro della Gloria. Di fatto il Libro della Gloria presenta il segno supremo dell’intero vangelo, al quale puntano tutti i segni minori, e nel quale trovano il loro significato ultimo. La storia dell’arresto, processo e crocifissione di Gesù Cristo è il segno supremo al cui significato ciascun segno precedente rimanda. I segni preliminari avevano solo effetti provvisori, e limitati. Il vino, anche se tanto buono da rallegrare tutto il banchetto nuziale, tuttavia era finito. La moltitudine che aveva mangiato i pani nel deserto ha provato di nuovo la fame. Lazzaro è stato risuscitato, ma per morire ancora una volta. Invece quando il Figlio dell’Uomo è stato innalzato sulla croce tutto il mondo è stato coinvolto e la storia è definitivamente cambiata. La croce è dunque un segno, ma insieme è anche la cosa significata.
Se tutti gli evangelisti sono dei teologi, che non solo narrano dei fatti, ma ci forniscono una riflessione e spiegazione del mistero di cui parlano, ciò è vero in maniera particolare per il Vangelo di Giovanni. Tutto il suo racconto della passione è dominato da un’idea portante: la regalità di Cristo, il Messia che è venuto tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto. Giovanni, che ha ben chiaro come la missione di Cristo sia stata di portare il regno di Dio tra gli uomini, rivelando il Padre e la sua volontà, si preoccupa di mostrare che ogni passo della via dolorosa è stato compiuto dal Figlio in piena obbedienza al piano di salvezza del Padre. Il Signore della storia lavora attraverso le macchinazioni umane che vogliono umiliare e distruggere il rivelatore e rappresentante della sua divina sovranità. Ma neppure per un momento il piano di Dio può fallire. Ogni momento della passione, per quanto apparentemente oscuro, è un anticipo chiaro della luce della resurrezione. La scena di apertura nell’orto degli ulivi, rivela la maestà del re che gli uomini non vogliono riconoscere. I soldati mandati a catturarlo si ritirano impauriti e cadono a terra. Ma siccome il re è anche il figlio obbediente al Padre, è proprio Lui che si avanza per consegnarsi liberamente alla morte. Il filo che unisce in tutto questo racconto regalità ed umiliazione appare con chiarezza nell’interrogatorio davanti al sommo sacerdote Anna. In tutto questo racconto è il prigioniero che si comporta
con la dignità e l’autorità di un giudice, mentre il giudice ad i suoi sgherri divengono i veri imputati, perché non hanno accolto la Parola di Dio.
Ma è soprattutto nel processo davanti a Pilato che questo tema è sviluppato in maniera eminente, dall’inizio del confronto fino al titolo della croce che Pilato stesso compone e che non vuole venga cambiato. Attraverso i tentennamenti di Pilato, le macchinazioni dei giudei e le offese dei soldati è solo la volontà divina che si attua in pienezza. Gesù ricorda che ogni autorità giunge dall’alto e non si realizza se non con il permesso divino. Questo aspetto è sottolineato da Giovanni che punteggia il suo racconto con citazioni dell’AT a confermare che tutto accade perché si compia la volontà salvifica del Padre.
Il racconto della passione giovannea è stato spesso accusato di avere un particolare accento anti-giudaico. Di fatto alcuni elementi della narrazione vanno piuttosto nella direzione opposta. Il primo è che il nostro vangelo non descrive il processo tenuto dal Sinedrio, ma solo un breve interrogatorio attuato da Anna. Giovanni è informato del processo del sinedrio e ne riferisce il capo di accusa davanti a Pilato, ma non descrive l’assemblea ufficiale giudaica che processa e condanna Gesù. Ancora più interessante è che Giovanni taccia sul grido del popolo riferito dagli altri evangelisti: “il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!” (Mt 27,25). La colpa della condanna è chiaramente addossata ai capi dei giudei ed in particolare a Caifa, che dà al Sinedrio il consiglio decisivo di sacrificare un innocente per il bene di tutto il popolo (Gv 11,50). Tutto è portato avanti con decisione da un piccolo gruppo compatto agli ordini di Caifa (Gv 19.5.12.14-15), si tratta di un complotto di pochi che esclude dalla decisione il grosso del popolo giudaico. Non appare dunque fondata l’accusa di antisemitismo rivolta al nostro evangelista.
Giovanni, un giudeo che scrive per altri giudei vuol mostrare piuttosto che la morte di Gesù è stato un atto di tradimento delle autorità giudaiche nei confronti del loro stesso popolo. È questo gruppo di “traditori della vera speranza di Israele” che appare con chiarezza smascherato dalle sue stesse parole: “Non abbiamo altro re che Cesare!” (Gv 19,15).

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