Quanto durerà questo tempo segnato da lutti e macerie? Di dolore che brucia ogni cosa, di cenere che si deposita nel vuoto creato dal dolore? Incontro Anna sull’uscio di casa. Ha perso il padre pochi mesi fa, a causa del Covid. Vive insieme a un figlio di vent’anni con forti disturbi di personalità. Ieri notte l’ultima crisi violenta, conclusasi con un ricovero coatto, e la vergogna per una notizia gettata in pasto ai social. «Credimi – dice – vorrei andarmene via, cambiare casa, abbandonare tutto». È sfinita, le rughe intorno agli occhi parlano per lei.

Dove ci porterà questo tempo sospeso? Che mondo troveremo quando finalmente potremo uscire da quello che Giuseppe De Rita ha definito un “accucciamento collettivo”, così confortevole per alcuni, insostenibile per altri? Nel saggio di Paolo Inghilleri, “I luoghi che curano” è possibile trovare qualche chiave di lettura. Riprendendo alcune teorie dell’antropologo Arjun Appadurai, l’autore – psicoterapeuta e docente universitario – descrive le contraddizioni del mondo in cui viviamo. Abbiamo buoni motivi per sentirci male, e altrettante ragioni di speranza. Il concetto stesso di “individuo”, tanto caro alle civiltà occidentali, è entrato in crisi. Le identità stabili sono state sostituite da cristallizzazioni temporanee, appartenenze plurime.

La perdita di legami profondi ha generato lo stesso disorientamento di chi ha dovuto abbandonare la propria casa, o l’ha vista crollare, o ha subito un lutto. Eppure questa crisi può rappresentare anche una opportunità. Come esempio, Inghilleri cita le dinamiche sociali presenti all’interno degli slum, dove la gente vive gomito a gomito, e sperimenta un sé interdipendente che trae la propria forza nel rapporto con gli altri. In questi ambienti caratterizzati da estrema povertà possono svilupparsi processi positivi che generano benessere: immaginare insieme un futuro diverso, collaborare a nuove attività, aspirare a una vita migliore raggiungibile con l’impegno e l’aiuto degli altri.

La consapevolezza di potercela fare, genera quella che l’autore definisce una “democrazia profonda”, intimamente sentita come propria. Per tornare dalle nostre parti, proprio la crisi generata dal Covid ha dimostrato che in nome di un bene comune – la salute pubblica – è stato possibile sacrificare temporaneamente la propria individualità, sentendosi parte di una comunità e provando soddisfazione per questo. È stato possibile trasformare le proibizioni in nuovi modi di stare insieme, scoprire nuovi modi di lavorare o di studiare.

Secondo Stefano Boeri, l’architetto che nei giorni scorsi ha presentato il piano per la ricostruzione di Castelsantangelo sul Nera, alcuni fenomeni generati dalla crisi pandemica sono reversibili, ma non quelli che dimostreranno di avere migliorato la qualità della vita delle persone. I centri direzionali delle grandi città si sono svuotati, le periferie si sono animate di nuova vita. L’organizzazione del lavoro da remoto, resa possibile dalle infrastrutture tecnologiche, apre prospettive inedite per i borghi storici del nostro entroterra distrutti dal sisma, e destinati a divenire, per la loro bellezza e la loro storia, “luoghi che curano”. Viviamo in un continuo alternarsi di perdite e ricostruzioni. Però non dobbiamo perderci d’animo: lo dobbiamo agli occhi stanchi di Anna e al suo dolore cerchiato di nero, dalle cui ceneri può rinascere la vita.

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