Quando la Liberazione ha raggiunto Macerata

«La gente ci viene addosso e ci abbraccia con le lacrime agli occhi. Percorriamo via Roma, fra decine e decine di persone che gioiscono e piangono dalla commozione. Al forno Marangoni, la folla ci blocca e dobbiamo fermarci. Pochi istanti dopo, la bandiera del gruppo Nicolò è sul monumento ai Caduti. Macerata è Libera»: così descrive il 30 giugno 1944 Augusto Pantanetti comandante del gruppo Bande Niccolò che per primo entrò nel territorio maceratese.

Dopo l’8 settembre Macerata e la sua provincia avevano avuto una posizione di primo piano nella guerra di Liberazione, ma erano apparse zona strategica anche ai comandi tedeschi. Per questo nelle città e nei paesi della Provincia gli ultimi mesi di guerra furono cruenti. Solo dieci giorni prima della Liberazione, in via De Amicis, alcuni soldati tedeschi in ritirata, nel corso di un rastrellamento, arrestarono e malmenarono sei uomini, accusandoli di essere dei partigiani, perché trovati con in mano dei bossoli, raccolti presso la caserma Corridoni per realizzare degli accendisigari. Sebbene quegli uomini, con l’intervento anche del parroco del Sacro Cuore don Giulio Taffetani, avessero cercato in ogni modo di dimostrare la loro innocenza, i soldati li arrestarono. Mentre il parroco tentava di parlare con l’ufficiale tedesco, due di loro riuscirono a fuggire, mentre gli altri quattro furono uccisi qua e là per le strade della città: Pietrangeli lungo via Pancalducci, Rocci lungo la strada che porta verso Santa Maria delle Vergini, Meschini e Tomassoni in contrada Morica. Qui il contadino Coppari, testimone della loro morte, fu costretto a scavare una fossa nel terreno e a gettarci i corpi.

La Provincia di Macerata dopo l’8 Settembre del ’43 fu disseminata anche di campi di internamento per sloveni, croati, ebrei e prigionieri di guerra. Tutti finirono così nelle mani dei nazisti che li deportarono in Germania o nei campi di sterminio in Polonia, come Davi Bivash di 54 anni, ebreo di origine greca internato a San Severino Marche e lì arrestato il 30 novembre 1943 dai fascisti. Il 5 aprile fu deportato nel Campo di concentramento di Fossoli e da lì ad Auschwitz.

In Provincia ci sono stati ben 23 Campi di internamento: Caldarola, Penna San Giovanni, Apiro, San Ginesio, Sant’Angelo in Pontano, Mogliano, Belforte del Chienti, Loro Piceno, Serravalle di Chienti, Urbisaglia, Sforzacosta, Fiastra, Ussita, San Severino Marche, Camerino, Tolentino, Treia, Appignano, Castelraimondo, Esanatoglia, Fiuminata, Sarnano, Visso. Dopo l’armistizio, con l’occupazione tedesca e l’aiuto determinante dei fascisti arrivarono i rastrellamenti e le deportazioni.

Le strutture divennero luogo di detenzione e di tortura dei partigiani. Nel Campo di Sforzacosta vennero uccisi Mario Batà, Ivo Pasquinelli, i giovanissimi Livio Cicalè e Giuseppe Biagiotti, nonostante l’intervento accorato del vescovo di Macerata Domenico Argnani. La data del 25 aprile quale Festa Nazionale della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo fu proposta nel ‘46 da Alcide De Gasperi. Dopo 76 anni, quella del 25 Aprile è una giornata che oggi più di ieri deve essere esente da contrapposizioni politiche e culturali: è necessario ritrovare una memoria storica condivisa e partecipata e festeggiare quella libertà che oggi è dono di tutti.

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