Giù le serrande dei negozietti

Un fenomeno dilagante che impoverisce la socialità di paesi e quartieri

Stanno chiudendo tutte le piccole botteghe di quartiere o paese che erano il fulcro della vita sociale locale. Sorte lungo il Novecento, qui ci potevi trovare il pane come i detersivi, il chilo di patate come la copia del quotidiano locale. E proprio nelle pagine interne dei giornali locali sono ormai confinate le notizie delle varie chiusure, particolarmente fitte in questo periodo di chiusura anno. E di chiusura serrande.

Non ce la fanno più a tirare avanti. La concorrenza della grande distribuzione che spazia dagli iper nelle cinture urbane ai piccoli supermercati di grandi catene di distribuzione; i costi sempre più elevati, da quelli immobiliari alle tasse; una clientela affezionata ma anch’essa invecchiata e spesso di reddito modesto; il cambiamento delle abitudini… Insomma tante le cause che stanno sterminando questi esercizi commerciali, non ultimo quel decreto Bersani sulle liberalizzazioni che una ventina d’anni fa cancellò il sistema delle licenze.

Così sparì anche l’ultimo baluardo economico che sorreggeva questa tipologia di negozi, rimasti aperti sono per la pervicace volontà di esercenti che – giunti all’età della pensione o arrivati al capolinea dei fatturati – non trovano nessuno disposto a sostituirli, a rilevare l’attività.

Ma il problema non è solo di chi abbassa la saracinesca per sempre: lo è soprattutto per la comunità in cui operavano. I piccoli Comuni si fondono, le parrocchie pure, gli uffici postali e gli sportelli bancari si concentrano, le farmacie (se ci sono) aprono a giorni alterni così come il medico “di famiglia”. Insomma spariscono o si rarefanno quei punti di aggregazione sociale che permettono ad un paese di definirsi tale, ad un quartiere di non trasformarsi in un “dormitorio”.

Già la nostra montagna – gli Appennini in particolare – è disseminata di ex villaggi, di borghi in via di spopolamento definitivo. Questo fenomeno sta poi intensificandosi pure nelle Basse padane, con il corollario di immobili invenduti, di introiti comunali in picchiata, insomma di declino. E non si vede cosa si possa fare, se pure si volesse.

Erano botteghe che vivevano (o sopravvivevano) grazie a una scarsità di concorrenza, a un rapporto stretto con i clienti – i quadernetti dove si annotavano le spese “a credito” –, a un consumismo più attento al necessario che al superfluo. Anche a un trattamento fiscale e contributivo “di favore” che si erano da sempre ritagliate, e che è man mano sparito con l’intensificarsi e l’appesantirsi delle imposte e dei controlli.

Sta di fatto che il conto più pesante lo pagano le fasce di popolazione più deboli, anziani in primis, che per un litro di latte e tre etti di pane non si avventurano verso il lontano supermercato, se anche fossero possessori di un’auto. E si profila un rischio che gli amministratori pubblici delle città devono stare attenti a correre: quello di vedere i quartieri più periferici trasformarsi appunto in dormitori più o meno di lusso. Dove la qualità della vita decade e dove s’innescano quindi conseguenze tutt’altro che positive.

Ciò non vuol dire sussidiare negozi di quartiere, ma rendersi conto che se saltano i punti di aggregazione, i problemi da affrontare saranno ben più gravi e duratori della fiscalità locale verso le cosiddette “botteghe storiche”. L’Italia è borghigiana anche in città; se si trasforma in una serie di centri attorniati da banlieu, perde prima di tutto la propria anima.

Nicola Salvagnin

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