Libero insulto in libero stadio

Giancarlo Trapanese

Il rumore scatenato dalla litigata Sarri-Mancini con la frase incriminata gettata con rabbia e stizza in faccia all’allenatore dell’Inter è stato ovattato in parte dal miniprovvedimento assunto nei confronti dell’allenatore del Napoli e dalla multa a quello dell’Inter. Perché in questa vicenda che tanto (e a mio avviso fuori luogo) ha appassionato quanti si sono autoeletti sentinelle contro l’omofobia, ci sono solo due cose certe. La prima, e più evidente, è che a due professionisti (il tecnico marchigiano percepisce qualcosa come 11.000 euro al giorno lordi sino al 2017 e Sarri “appena” duemila e spiccioli al giorno) si può e si deve chiedere di non farsi trasportare dalla foga dell’evento, consapevoli dell’esempio e del significato che assume il loro ruolo davanti a milioni e milioni di persone.

È chiedere troppo se nella voce “doveri” dello stipendio si inserisce anche la voce «comportamento educato e rispettoso»?

Dunque prima certezza è che i due si sono comportati da maleducati e la cosa più grave, da maleducati che percepiscono stipendi da favola anche per essere educati. Non mi sono mai scandalizzato eccessivamente di fronte alle anomalie economiche del calcio: la legge del libero mercato è quella che domina questa società dell’effimero e dell’intrattenimento. Quando ci saranno milioni di persone disposte a pagare salatissimi abbonamenti per vedere operare un grande chirurgo probabilmente anche quello percepirà quelle somme. Ma da chi guadagna quelle somme è però obbligatorio pretendere il controllo dei propri nervi e dei propri atteggiamenti. Ho calcato per anni campi di infima categoria nel calcio, mi muoveva la passione e basta (e non certo la passione per i soldi e la fama) e di frasi pesanti ne ho sentite piovere sempre dagli spalti e dal campo ma mi hanno sempre insegnato a far finta di niente e star concentrato sulla partita. E questo è il secondo punto, la seconda certezza: libero insulto in libero stadio. Posto che ci sarebbe molto da discutere se e come la frase di Sarri sia davvero un insulto, saltando questo insidioso argomento a piè pari, val la pena sottolineare come sia invalsa (e tantissimi hanno confermato questo nei vari commenti) la convinzione che quando si gioca, quando c’è l’agonismo, frasi del genere facciano parte del gioco, della maschia tenzone (è il caso di dire). Devo dire che la percentuale di persone, di tifosi, di giocatori che ritiene «che queste cose in campo succedono e succederanno sempre» e che è “normale” è alta in modo inquietante. Stadi, campi e campetti come “non luoghi della civiltà” ove vigono regole diverse da quelle della comune convivenza. Un errore metodologico ed educativo di portata micidiale sul quale pochi sono disposti a riflettere. Luoghi ove tutto è lecito, arene di sfogo delle proprie pulsioni più basse.

E se lo fa Sarri, se lo fa Mancini figuriamoci il cassintegrato che di problemucci ne ha qualcuno in più a casa che lo aspettano…

Imparai presto la inadeguatezza di questo concetto in modo singolare: a 17 anni ero andato a vedere la squadra del cuore in 2° categoria, quella nella quale giocavo tra gli juniores. L’arbitro, un trentenne, ci negò un rigore. Attaccato alla rete gli urlai «Figlio di put…». Si girò (il pubblico era scarso) mi guardò. Fece cenno di aspettare ai giocatori e con un sorriso si avvicinò alla rete. Mi chiese «Conoscevi mia madre?» Rimasi di sasso. Incapace di rispondere. «Non credo, continuò lui, era una brava donna ed è morta poco tempo fa. Per favore pensaci quando dici le cose».

E tornò ad arbitrare. Ed io a leccarmi le ferite.

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