Un settimanale femminile (sic!!) dedica un servizio al ritorno del cappotto: militare, a chimono, avvolgente…
Il cappotto…negli armadi una volta non piumini, ma due cappotti..uno buono da indossare la domenica, un altro («da buon comando») per tutti i giorni. Una odiata seconda pelle tanto che, appena possibile sfuggire all’occhio attento degli adulti,i ragazzi anche con la neve uscivano in giacchetta…
Il cappotto aveva lunghissima vita, ma un giorno mamma decideva che quello vecchio di papà era importabile. Orlo, maniche, bavero consunti. Si doveva cambiare. Ma si buttava via??? Per carità: sul tavolo veniva steso il cappotto. Si scuciva la fodera, si toglievano la telina e l’imbottitura. Quindi i più delicati con forbicine sottili staccavano le tasche, le maniche, la martingala. Complicate le asole! i bottoni venivano messi da parte. Finalmente, il cappotto sezionato mostrava la parte interna. Allora Pierina, la cara sarta di Tolentino, decretava: «È più bello dentro che fuori», e nasceva il cappottino rivoltato per il figlio che era cresciuto di più.
Meraviglioso era che questo avveniva non solo nella casa dell’impiegato e della maestra, ma anche in quella dei benestantissimi proprietari di fonderie o pelletterie: nulla si sprecava, tutto si poteva e doveva riutilizzare.
E, forse, fin da allora qualcuno ha imparato che la differenza non la fa l’abito, ma la testa….

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