La Parola di oggi
Nella sua stessa terra, Gesù si scontra con persone astiose, chiuse in se stesse, gelose di chi all’improvviso fa saltare il quadro ristretto del giudaismo incapace di aprirsi allo splendore dell’amore universale. Vorrebbero sfruttare a proprio vantaggio il profeta sorto in mezzo a loro. Evocando l’antico racconto di Naaman, Gesù pone in questione la loro sufficienza.

Dal Vangelo secondo Luca (4,24-30)
Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Una storia per pensare
Un omone robusto, dalla voce tonante e i modi bruschi aveva sposato una donna dolce e delicata. Lui non le faceva mancare nulla, lei accudiva la casa ed educava i figli. I figli crebbero, si sposarono, se ne andarono. Una storia come tante… Ma, quando tutti i figli furono sistemati, la donna perse il sorriso, divenne sempre più esile e diafana. Non riusciva più a mangiare e in breve non si alzò più dal letto. Preoccupato, il marito la fece ricoverare in ospedale. Vennero al suo capezzale medici e poi specialisti famosi. Nessuno riusciva a scoprire il genere di malattia. Scuotevano la testa e dicevano: «Mah…!». L’ultimo specialista prese da parte l’omone e gli disse: «Direi semplicemente che sua moglie non ha più voglia di vivere». Senza dire una parola, l’omone si sedette accanto al letto della moglie e le prese la mano. Una manina sottile che scomparve nella manona dell’uomo. Poi, con la sua voce tonante, disse deciso: «Tu non morirai!». «Perché?», chiese lei, in un soffio lieve. «Perché io ho bisogno di te!». «E perché non me l’hai detto prima?». Da quel momento la donna cominciò a migliorare. E oggi sta benissimo. Mentre medici e specialisti continuano a chiedersi che razza di malattia avesse e quale straordinaria medicina l’avesse fatta guarire così in fretta.
Non aspettare mai domani per dire a qualcuno che l’ami. Fallo subito. Non pensare: «Ma mia madre, mio figlio, mia moglie, lo sa già!». Forse lo sa. Ma tu ti stancheresti mai di sentirtelo ripetere?

Perdonare le offese
Chi legge il Vangelo ha spesso la sensazione di trovarsi di fronte a delle pretese da parte di Gesù particolarmente esigenti, ma sicuramente quello che caratterizza il cristianesimo come una religione “difficile da vivere” è l’invito incondizionato al perdono. Se Gesù non fosse morto sulla croce perdonando chi lo uccideva; se non avesse rafforzato con l’autorità del suo esempio quest’inaudita richiesta di perdono accoglieremmo le sue parole come quelle di tutti i saggi dell’antichità, che hanno sempre esortato alla bontà e al perdono, ma poi hanno lasciato ampi spazi di interpretazione. Se uno ascolta Gesù c’è invece poco da discutere: «Se tuo fratello pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte al giorno ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai» (Lc 17,4). È già un’impresa difficile; ma almeno qui si tratta di un offensore che si scusa. In realtà, l’insegnamento complessivo di Gesù è più ampio e incondizionato: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25). Chi deve mettersi in cammino per cercare la riconciliazione e il perdono, non è chi ha sbagliato, ma chi ha ricevuto l’offesa. Questo non deve rinchiudersi indispettito nella tentazione neppure troppo velata di vendicarsi, ma deve fare qualcosa perché il male sia cancellato. Il perdono cristiano infatti, modello di quello di Cristo sulla croce, non è solo un colpo di spugna sul passato, ma l’inizio di una nuova storia di bene in cui è beneficato proprio il colpevole. Queste parole sono per noi difficili da comprendere, ed è bene che sia così. Non dobbiamo infatti correre il rischio di abituarci a sentirle senza sforzarci di viverle.

+ Nazzareno, vescovo

(Testo tratto da: Nazzareno Marconi, Verso la Pasqua 2016)

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