Voucher: il “buono” divenuto “cattivo”

Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare del “voucher”, cioè il “buono” dell’Inps utilizzato per remunerare il lavoro accessorio. Il voucher vale dieci euro ma, al netto dei contributi, al lavoratore ne vanno 7,5 e dovrebbero essere il compenso minimo di un’ora di lavoro.

I dati resi noti dall’Inps hanno dimostrato l’esplodere di un fenomeno: i lavoratori pagati con voucher sono passati dai 145.000 del 2010 a un milione e 393.000 nel 2015. I voucher erano nati per retribuire attività occasionali svolte in alcuni settori da giovani, casalinghe, pensionati o altri lavoratori “deboli” (ad esempio per la vendemmia o per i piccoli lavori domestici); poi il governo Berlusconi li ha allargati a quasi tutti i settori; il governo Monti ha cancellato il riferimento alle attività occasionali e di fatto li ha estesi a quasi tutti i lavoratori; il Jobs Acti di Renzi ha alzato da 5.000 a 7.000 euro il limite annuo del compenso e ha confermato a 2.000 il compenso massimo dallo stesso datore di lavoro.

Da uno strumento “buono” pensato per pagare attività occasionali e per far emergere il lavoro nero, il voucher è così diventato il “cattivo” strumento utilizzato coprire il lavoro nero, sottopagato e senza tutele. Oggi chi utilizza il voucher per retribuire una prestazione lo può comprare dal tabaccaio; deve comunicare preventivamente il periodo presunto in cui pensa di impiegare un lavoratore, ma solo a consuntivo è tenuto a comunicare i giorni esatti della prestazione: è ovvio che questo meccanismo non solo permette molti abusi, ma addirittura favorisce il lavoro nero.

Lo conferma l’allarme lanciato dall’Inail nelle scorse settimane: dal 2012 al 2014 gli incidenti denunciati da lavoratori retribuiti con voucher sono più che triplicati. L’Inail ha fatto notare che quasi sempre il pagamento del voucher coincide con il giorno dell’infortunio, mentre prima non risulta alcun rapporto tra il datore di lavoro e il lavoratore; è evidente che il voucher viene tenuto nel cassetto e utilizzato solo nel caso di incidente. Si spiega così anche il forte scarto fra i tanti voucher acquistati e quelli effettivamente riscossi.

Di fronte a questi abusi il ministro del lavoro Poletti si è impegnato a presentare entro giugno un decreto che introduca la tracciabilità: il datore di lavoro dovrà comunicare obbligatoriamente per via telematica i giorni (e le ore) nei quali impiega il lavoratore. La Cgil la ritiene una misura insuffiente e per questo ha deciso di ricorrere al referendum abrogativo per eliminare completamente la possibilità di utilizzare i voucher.

La tracciabilità è sicuramente un passo avanti, ma le prestazioni di lavoro accessorio remunerate con i voucher devono tornare a riguardare soltanto alcuni lavoratori e alcune attività lavorative occasionali, come accadeva prima degli interventi dei governi Berlusconi e Monti. Altrimenti la precarizzazione del lavoro continuerà a crescere.

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