Tutto, come racconta lui stesso, nasce due anni, quando ancora il termine«migrante» non era pienamente entrato nel gergo abitudinario. Eppure «Mediterraneo», il tema scelto per la 52esima stagione lirica del Macerata Opera Festival che sta per iniziare, suona quanto mai attuale ed è il suo direttore artistico, Francesco Micheli, dal 2012 “anima” delle opere messe in scena nella suggestiva arena maceratese, a spiegare il senso di questo titolo che racchiude, quest’anno, tre spettacoli di assoluto rilievo: «Otello» (leggi Qui il servizio di presentazione), «Norma» e «Il trovatore».

Un momento delle prove allo Sferisterio, che si prepara ad ospitare l'edizione 2016 del Macerata Opera Festival (foto Alfredo Tabocchini)
Un momento delle prove allo Sferisterio, che si prepara ad ospitare l’edizione 2016 del Macerata Opera Festival
(foto Alfredo Tabocchini)

«Quello del Mediterraneo – racconta Micheli – è un motivo ricorrente in alcuni capolavori operistici, che sono quelli che abbiamo scelto, in cui emerge chiaramente che il conflitto melodrammatico, il nodo che porta alla tragedia è, appunto, il movimento di popoli. Ne “Il trovatore” tutto nasce da una zingara che viene creduta una strega che vuole fare il malocchio, cercata e bruciata. Da lì, hanno luogo la vendetta della figlia e una conseguente serie di catastrofi. Per quanto riguarda “Norma” (che non è di ambientazione mediterranea, pur essendolo l’origine dell’autore, il catanese Bellini), il personaggio della protagonista racchiude in sè tantissimi elementi di Medea, che è una grande eroina, emigrata dalle terre barbare del Caucaso, per arrivare in Grecia. Infine, l’’Otello”, la grande tragedia cantata da William Shakespeare, narra di un extracomunitario nordafricano che arriva a Venezia, dove matura una grande carriera, innescando così un odio tale intorno a lui che porterà morte e distruzione».

«Quello del Mediterraneo – spiega Francesco Micheli – è un motivo ricorrente in alcuni capolavori operistici, che sono quelli che abbiamo scelto, in cui emerge chiaramente che il conflitto melodrammatico, il nodo che porta alla tragedia è, appunto, il movimento di popoli»

Questo, aggiunge il direttore artistico del Mof, è ciò che ha ispirato la scelta della tematica, «nella consapevolezza di quanto i capolavori tramandati dai nostri padri siano turgidi di riferimenti a temi talmente scottanti per la nostra società, da rimanere tuttora irrisolti:
la paura del rom, del barbaro, il timore, spesso ingiustificato, del diverso».

morti-migranti-annegato-800È dunque la realtà di oggi, per Micheli, a farsi interprete di storie antiche, ma pur sempre attuali. «Viviamo in un periodo – afferma – in cui tutti si sentono invasi da nemici, da identificare o reali, come i responsabili dei tragici attentati di cui siamo spettatori inorriditi. La difficoltà di accettazione del mondo e dell’etnia straniera, lo stato di disagio in cui il popolo africano versa, a casa sua e nell’emigrazione a cui è costretto, sono concetti che ci interpellano. In fondo, sapevamo tutto questo già due anni fa, però mai ci saremmo immaginati che il Mediterraneo, “mezzo” di comunicazione che muove i migranti, sarebbe diventato il palcoscenico tragico della cronaca contemporanea, a ribadire, tuttavia, quanto i nostri padri fossero lungimiranti…».

Il soggetto, il palcoscenico, le luci della ribalta danno quindi spazio, visibilità e luce a tutte le «Azucena, agli Otello che affrontano una situazione di grande disagio, costretti o portati a lasciare casa loro, per arrivare in una terra dove, di fatto, non sono accettati». Si riferisce alla tragedia della popolazione siriana, Francesco Micheli, e traduce il tema del Mof 2016 anche con la «fratellanza di Medici Senza Frontiere», soggetto da sempre impegnato – nella fattispecie con la campagna «Milioni di passi» – nel sostegno ai profughi tramite un sistema di prima accoglienza e ospedali diffusi.

Il soggetto, il palcoscenico, le luci della ribalta danno quindi «spazio, visibilità e luce a tutte le Azucena, agli Otello che affrontano una situazione di grande disagio, costretti o portati a lasciare casa loro, per arrivare in una terra dove, di fatto, non sono accettati», racconta il direttore artistico del Mof

«Al di là delle parole spese per allestire le serate allo Sferisterio – aggiunge il direttore artistico originario di Bergamo – credo che questo sia un bel messaggio da veicolare tramite un’iniziativa, attiva da qualche mese, che non solo sosteniamo economicamente con la raccolta fondi legata allo sbigliettamento dei posti per lo spettacolo, ma anche con un progetto speciale, cui teniamo tantissimo, che è la nostra “Medea Off, ossia un viaggio nell’opera di Luigi Cherubini, che però ci offre l’occasione, nella serata di giovedì 11 agosto, di usare la lirica per dare suono e voce alle tragedie che, da Medea ai migranti assistiti da “Medici Senza Frontiere”, appunto, affollano i lidi delle nostre terre». Ora, la sfida più ambiziosa – e già oggettivamente vinta in questi quattro anni di intensa attività – è quella di avvicinare sempre più la lirica al pubblico.

Arena-Sferisterio-Macerata

«Di questi tempi – sottolinea Micheli – sembra che “cultura popolare” voglia dire intrattenimento, narcotizzante, spensierato, futile e superficiale, mentre a me sembra che, adesso più che mai, anche grazie alla globalizzazione che genera consapevolezza, la gente abbia fame di contenuti significativi. Semplicemente, come gli zingari de “Il trovatore” o gli africani di “Otello”, l’opera è oggetto di pregiudizi. C’è chi ritiene che sia una forma di spettacolo vecchia, polverosa, datata, esclusiva, dedicata ad una casta che può permetterselo. Occorre però rammentare – conclude – che lo Sferisterio nasce per volontà popolare di cento famiglie maceratesi che hanno voluto abbellire la propria città, come è possibile leggere sulla facciata: “Ad ornamento della città, a diletto pubblico. La generosità di cento consorti edificò”. Questo monumento, un teatro a cielo aperto che ospita migliaia di persone è il segno più evidente di quanto l’opera sia un luogo popolare, bello sì, ma accogliente e per tutti».

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