La fede è senz’altro espressione del nostro desiderio di lasciarci condurre dallo Spirito anche per strade a noi sconosciute, ma non penso affatto che la fede narrata dal Vangelo si esaurisca nel credere dell’uomo a Dio, essa è rintracciabile anche nella direzione inversa: la volontà di Dio di affidarsi all’uomo. La Beata Vergine, icona della Chiesa, è descritta da papa Francesco così: «Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza» (Evangelii gaudium, 286).

Questa delicata immagine racchiude una verità ecclesiologica che va messa in luce: la Chiesa, come la Madre di Gesù, è colei alla quale il Padre affida il Figlio. È proprio questo ciò che stenta a venire alla luce nei nostri discorsi riguardo la fede: l’affidarsi di Dio alle donne e agli uomini. La Chiesa è la storica concretezza dell’instancabile fiducia che Dio ripone nel suo Popolo; sentirsene parte significa prolungare il nostro affidarci a Dio con la consapevolezza di quanto anch’Egli, pensando bene di noi, si consegni attraverso il Figlio alla nostra responsabilità.

È questa la riflessione che mi ha attraversato quando mi è stato chiesto di coordinare i lavori dell’unità pastorale “Immacolata–Santa Croce”. Non mi sono domandato se avevo le carte in regola per farlo (e infatti sapevo già di non averle), ma ho lasciato che il sorridente affidarsi di Dio alla mia sollecitudine mi attraversasse il cuore e mi riempisse di gioia fino a scacciare ogni timore. Forse è questa l’esperienza racchiusa nel Magnificat!

Con questa consapevolezza mi sono incamminato a fianco di molti altri e insieme abbiamo avviato la costruzione della nostra unità pastorale: preghiera, riflessione e… convivialità hanno accompagnato i nostri lavori. Innanzitutto ci siamo liberati la mente dal pensare l’unità pastorale come una strategia meramente organizzativa; essa è piuttosto un’esperienza di comunione ecclesiale che risponde a mutate esigenze storiche, ma anche un sincero desiderio di riforma o, come direbbe papa Giovanni XXIII, di “aggiornamento” del territorio delle parrocchie coinvolte. Il Vaticano II ha infatti promosso il rinnovamento della liturgia, del collegio episcopale e, parzialmente, della catechesi, ma ha lasciato immutate la curia romana, i seminari e la parrocchia. Sulla prima papa Francesco ha appena messo mano, sui secondi sono in corso alcune esperienze innovatrici, circa la terza, il tentativo di costruire unità pastorali potrebbe rivelarsi capace di portare dei frutti duraturi.

In secondo luogo abbiamo costituito il Consiglio di unità pastorale pensandolo non come uno spazio di rappresentanza dove ciascuno, facendosi portatore delle esigenze particolari del gruppo o movimento di appartenenza, compie un’azione di negoziazione, ma un luogo dove si impara a custodire la vita di fede di ciascuna persona presente in tutto il territorio parrocchiale, anche di quelle che solitamente vivono la loro relazione con Dio lontano dai consueti appuntamenti della parrocchia: non si deve mai far coincidere il Popolo di Dio con i collaboratori pastorali!

Oggi, sono diversi i fronti aperti su cui si sta lavorando: la creazione e la crescita del sito web per intercettare una comunicazione giovane del Vangelo, il rafforzamento d’una pastorale culturale diversificata e attenta alle diverse sensibilità sociali e generazionali, la costruzione di una catechesi per i giovani che possa contare sulla sinergia delle parrocchie coinvolte, ma soprattutto la creazione d’un punto di ascolto che, in sintonia con la Caritas diocesana, sappia offrire risposte a chi è solo o a chi vive ai margini: il Dio che viene a noi affidandosi, si avvicina con il volto dei più poveri.

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