La Pars, cooperativa sociale impegnata nella lotta alle dipendenze attraverso le proprie comunità terapeutiche è voluta tornare sulla vicenda di Pamela Mastropietro loro ospite fino a quando non ha deciso di abbandonare la loro protezione. Pubblichiamo il comunicato stampa in cui la comunità spiega i modi in cui hanno provato ad aiutare Pamela.


La triste vicenda di Pamela ha suscitato tante reazioni, di cui una particolarmente deplorevole (la sparatoria), ed ha posto tanti interrogativi, alcuni dei quali riguardano il modo con cui funzionano le comunità e come possono agire in casi come questo. Proviamo a chiarire, fin dove è possibile, il contesto di questa vicenda.

Quando un servizio chiede l’ingresso in una comunità residenziale di una persona significa che ha già tentato di realizzare tutta una serie di interventi ambulatoriali che si sono dimostrati infruttuosi. È come quando il medico di base o lo specialista chiede il ricovero in ospedale, lo si fa solo quando altri interventi non sono più utili.
In comunità Pamela, come tutti gli utenti, è stata seguita personalmente da un operatore di riferimento, da uno psicologo e da un medico psichiatra; nel suo caso, anche per la giovane età, il rapporto con la famiglia è stato particolarmente intenso e frequente: in tre mesi ci sono state numerose telefonate, una relazione scritta sul suo percorso di comunità, tre incontri in comunità da parte dei familiari con puntuali aggiornamenti, altri giorni passati con la famiglia vicino alla comunità, una visita medica specialistica sempre su richiesta della famiglia. Inoltre, in accordo con i familiari, l’equipe aveva deciso un calendario di incontri di Pamela con la mamma in comunità. Alla luce dei fatti, tutto ciò, nonostante gli ultimi tentativi di dissuadere Pamela dall’andarsene, non è stato sufficiente a trattenerla dall’andare verso la morte.

Ci si chiede ovviamente se si poteva fare di più.

Si può sempre migliorare, ma quasi trent’anni di esperienza e le tante persone che abbiamo avuto ed abbiamo in cura con buoni risultati (migliaia i casi trattati, lunghe liste di attesa per l’ingresso) ci dicono che il nostro metodo di lavoro non va cambiato nei punti fondamentali: la proposta di un nuovo stile di vita che si confronta ogni giorno, attraverso educatori, medici e psicologi, con la libertà delle persone che ancora sentono fortemente l’attrazione delle sostanze e che devono imparare a fronteggiare le loro debolezze. La tentazione della fuga per i nostri ospiti, per il tipo di patologia che hanno, è di ogni giorno, ma le tante ragioni per uscire da un passato negativo, l’affetto dei compagni e il sostegno degli operatori, la sapiente cura dei professionisti, riesce quasi sempre, ma non sempre, a vincere questa tentazione.
La libertà della persona in comunità non può essere costretta, sono altri i luoghi (carceri, ricoveri coatti, …) in cui questo può avvenire; la legge vieta alle comunità ogni tipo di costrizione (fisica, psichica e morale) e i nostri regolamenti illustrano nel dettaglio il modo con cui funziona la comunità e sono firmati per accettazione da ospiti e famiglie, altrimenti anche il nostro sarebbe un carcere e non sarebbe possibile fare nessun passo di cambiamento a queste persone.

Le diverse droghe creano sempre squilibri mentali che nel tempo portano sempre, in modo diretto o indiretto, a comportamenti devianti: spaccio, furti, prostituzione, rapine, omicidi, fino alle vere e proprie organizzazioni criminali.

Fondamentale è che la cura inizi in modo precoce, ai primi sintomi. Purtroppo oggi c’è una cultura dominante che ha normalizzato l’uso delle droghe e che ne sottovaluta il pericolo; così il problema si aggrava ed uscirne diventa più difficile, anche se non impossibile, come dimostrano le tante persone che hanno terminato il programma e stanno bene.

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