Venerdì 1 giugno presso la libreria Del Monte di Macerata di fronte ad un vasto e interessato uditorio, è stata presentata la più recente pubblicazione del prof. Massimiliano Stramaglia, professore ordinario di pedagogia generale e sociale presso il Dipartimento di Scienze della formazione dell’Università degli Studi di Macerata, dal titolo Educare la depressione.

Si tratta di un interessante trattato pedagogico che si configura anche come un rilevante strumento didattico, in quanto affronta e analizza una tematica di stretta attualità – come quella del “male oscuro”, del “cancro dell’anima” che segna la nostra epoca, ma che di solito è trattata quasi esclusivamente in ambito psichiatrico – su un piano essenzialmente pedagogico. L’autore si chiede in primo luogo in che modo la scienza dell’educazione e scienza trasformativa possa contribuire alla sua prevenzione e come possa educare a “uscire” dalla depressione, che è una malattia della volontà, nella quale vengono meno tre componenti fondamentali dell’individuo: l’identità, l’appartenenza e l’affettività.

Il testo parte da un’indagine esplorativa sul tema, per trattare poi la depressione “media-mediata”, compiendo un’analisi psico-pedagogica delle storie di vita di 4 personaggi famosi (rispettivamente un canatante, un’attrice, uno scrittore e uno sportivo), che hanno tutti sofferto di forme differenti di “male di vivere”: a) Tiziano Ferro (il sintomo depressivo associato all’omosessualità); b) Veronica Pivetti (una forma depressiva causata da farmaci); c) Roberto Gervaso (la depressione in senso funzionale, associata al concetto di legame e che diventa un male cronico); d) John Kirwan (la caduta nella depressione come reazione ai condizionamenti della fama) a conferma del fatto che la depressione può toccare qualsiasi persona, anche chi è stato baciato dal successo (basti pensare alla notizia proprio di questi giorni del suicidio della scrittrice e giornalista Alessandra Appiano, da tempo appunto sofferente di questa patologia).

Nel saggio viene ribadita la necessità di affidarsi ad uno specialista in grado di aiutare il soggetto a prendere consapevolezza del suo problema: il depresso non ha colpa per la malattia in sé, ma per il rifiuto della cura antidepressiva. Difficilmente si può guarire completamente dalla depressione, ma si può imparare e conviverci: di qui l’importanza del paradigma della “narr-azione”, di raccontare il proprio disagio. Nella ricerca di un paradigma errante, l’autore ne propone uno narrante, o meglio un agire narrante: scrivere è leggere di sé, grazie al potere catartico e di cura della parola. La narrazione può così diventare una strategia di cura per affrontare la depressione, utilizzando la scrittura di un diario nel corso del trattamento e poi la tecnica dell’autobiografia una volta intrapresa la via della guarigione.

Durante il dibattito – che è stato ricco di domande e interventi – è emerso che di depressione si parla ancora poco, se pensiamo ad esempio che anche la Giornata mondiale della salute che nel 2017 l’Organizzazione mondiale della sanità ha appunto dedicato alla depressione è passata abbastanza sotto silenzio. Come ha scritto Alda Merini: «il depresso è un’anima instabile, luttuosa, morta». Occorre invece tener presente che la depressione è della persona, ma anche del contesto: non esiste in sé, ma esistono le varie “depressioni”; si tratta al tempo stesso di una malattia esistenziale ma anche sociale, che si nasconde nell’anima, ma urla la sua esigenza di essere espressa e anche comunicata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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