Cattolici e Resistenza: il ricordo di sacerdoti e laici che hanno partecipato alla Liberazione

Una giornata di studio dal titolo “Cattolici nella Resistenza” è stata promossa - a Palazzo Dossetti di Reggio Emilia - dall’Università di Modena e Reggio insieme a Istituto Alcide Cervi, Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Fondazione Fossoli

di Matteo Billi

Giuseppe Dossetti, Pasquale Marconi, Pietro Del Giudice, Ermanno Gorrieri, don Pietro Morosini, don Secondo Pollo, don Pasquino Borghi, don Eugenio Leoni, don Domenico Orlandini, don Concezio Chiaretti, don Aldo Mei, don Carlo Manziana. E ancora Odoardo Focherini e Teresio Olivelli. Solo per citare alcuni dei nomi di cattolici – sacerdoti e laici – che hanno partecipato alla guerra di liberazione e le cui gesta sono state ricordate durante la giornata di studio dal titolo “Cattolici nella Resistenza” promossa – a Palazzo Dossetti di Reggio Emilia – dall’Università di Modena e Reggio insieme a Istituto Alcide Cervi, Istituto Nazionale Ferruccio Parri e Fondazione Fossoli.
Dire con esattezze quanti furono i cattolici che fecero parte di formazioni armate non è possibile “perché le situazioni locali – ha spiegato Giorgio Vecchio (Università di Parma) – sono molto complesse e la scelta della formazione in cui militare non avveniva per posizioni politico-ideologiche, ma invece per casualità”. Così come è impossibile dire quanti cattolici persero la vita negli anni della Resistenza:

gli elenchi dei preti morti “sono aggregati, tra gli uccisi dai nazisti, dai fascisti, dai partigiani, dai bombardamenti e al fronte”,

ha continuato Vecchio, ricordando che l’Azione cattolica ebbe 1279 soci e 202 assistenti caduti e che Mimmo Franzinelli indica in 425 i preti uccisi (191 dai fascisti, 125 dai tedeschi, 109 dai partigiani). Dati parziali e solo in parte verificati. Uno dei motivi di questo approssimazione è il fatto che la ricostruzione storiografica “a lungo è ondeggiata tra la geografia e l’apologetica da una parte e la rimozione dall’altra. Spesso la rimozione è stata sia da parte della sinistra per lo più comunista, sia della stessa Chiesa e dello stesso mondo cattolico per ragioni inerenti anche ai vari contesti politici e culturali”, ha commentato Vecchio. Interessante su questo tema l’intervento di Alessandro Santagata (Università di Padova) che ha parlato di una “storiografia che è cambiata con l’evolversi del quadro politico italiano e che dopo aver chiuso una fase di ‘pavimentazione’, ora è pronta ad aprire un nuovo cantiere”.
La giornata di studi, ricca di otto relazioni e cinque interventi di saluto, si è dipanata poi tra il racconto su cosa abbia portato Dossetti “da un lato ad accettare l’idea della lotta clandestina, ma dall’altro, sul piano personale, a rifiutare di imbracciare armi, volendo essere un resistente disarmato”, come ha ricordato Enrico Galavotti (Università di Chieti-Pescara). E ancora il caso – analizzato da Gianluca Fulvetti (Università di Pisa) – della comunità monastica della Certosa di Farneta dove tra il 1° e il 2 settembre 1944 fecero irruzioni le SS – lo stesso reparto colpevole dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema e di Monte Sole – uccidendo e deportando monaci e laici che lì avevano trovato rifugio.

In particolare Fulvetti ha ricordato il sacrificio del padre priore, Martino Binz, e del padre procuratore, Antonio Gabriele Costa, che nel dare rifugio ad ebrei, renitenti alla leva, ex fascisti, partigiani feriti, antifascisti, portavano avanti una rete di solidarietà che passava anche dall’arcivescovo di Lucca, mons. Antonio Torrini, e dal suo stretto collaboratore, don Arturo Paoli.

Perché i sacerdoti nella Resistenza hanno svolto tanti ruoli: da fonte d’ispirazione per i giovani saliti in montagna, fino a diventare essi stessi comandanti di formazioni partigiane. “Penso – ha detto Vecchio – a don Antonio Milesi nel bergamasco, don Vittorio Bonomelli nel bresciano, Arndt Paul Richard Lauritzen, frate di origine nordica – nome di battaglia ‘Paolo il Danese’ – nel parmense e don Orlandini, fondatore delle Fiamme Verdi reggiane, che ricordava ai suoi di essere ‘uomini che non tolgono la vita, ma che la salvano’”.
Un problema rispetto alle storie dei cattolici nella Resistenza – ha concluso Vecchio – “è, che a parte alcuni casi simbolo, la memoria di questi combattenti è rimasta confinata a livello locale”.

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