Se volete comprendere quale sia l’effettiva posta in gioco alle prossime elezioni del Parlamento europeo, accettate questo consiglio: lasciate stare i sondaggi, evitate le analisi dei politologi. Spegnete smartphone e tablet. Sedetevi comodi, e iniziate a leggere l’ultimo libro di Paolo Rumiz, “Il filo infinito”: è il resoconto di un viaggio nel cuore del nostro continente.

L’itinerario ha inizio lungo il crinale del monte Vettore, al confine tra Marche ed Umbria, tra i paesi ridotti in macerie dal terremoto del 2016, e si sviluppa lungo una rete di monasteri benedettini. Attraversa l’Europa e torna infine nella nostra regione, per concludersi a Venezia. Un viaggio nel corso del quale l’autore si interroga più volte sulle tensioni che caratterizzano i nostri giorni, e paragona il tempo presente a quello ricco di guerre, migrazioni e rovine, in cui san Benedetto iniziò l’opera di ricostruzione che salvò l’Europa. «Mai nella storia – afferma – abbiamo avuto tanti problemi in comune, eppure l’Europa invece di compattarsi litiga, alza reticolati, mette in discussione la democrazia. Dimentica di essere la terra delle regole».

Ora abbandonate per un attimo il libro, e cercate una carta geografica dell’Europa: osservate i confini esterni dell’Unione, e le frontiere tra i Paesi membri. Se la cartina fosse sufficientemente dettagliata, vi meravigliereste dei tanti muri innalzati negli ultimi anni: muri a Ceuta e Melilla, al confine con il Marocco; il grande muro di Calais, in Francia; muri tra Bulgaria e Turchia, tra Macedonia e Grecia, tra Ungheria e Serbia. Per quanto odiose possano essere queste strutture, con il richiamo sinistro del filo spinato e della corrente elettrica che spesso le attraversa, si può seriamente affermare che rappresentino una difesa efficace?

La verità è che i muri non possono fermare nessuno. La nostra società è profondamente interconnessa, ramificata, solcata da scambi ininterrotti di merci, informazioni, flussi finanziari, persone. Cosa può fare l’ottusità greve di un muro, di fronte alla malizia tentacolare di una rete? Eppure una propaganda assillante vuole farci credere che innalzare muri e sbattere i pugni sui tavoli delle istituzioni europee sia l’unico modo per difendere i nostri interessi: respingere, litigare, fregarsene degli altri.

Ecco, forse avete capito perché le prossime elezioni europee sono così importanti. Seguite il ragionamento di Mario Ricciardi, direttore della rivista “Il Mulino”: a scontrarsi sono due visioni del mondo. La prima, quella di chi vuole difendere l’Unione Europea, si basa sui principi del pluralismo liberale: apertura al mondo, rispetto dei diritti individuali, precedenza del principio di legalità su quello dell’autorità personale. La seconda, quella di chi vuole erodere le fondamenta dell’Unione per indebolire la democrazia liberale, si alimenta di vecchi pregiudizi e di nuove paure.

L’incapacità di fornire risposte efficaci ai problemi che ci assillano – la gestione delle migrazioni e la lunga coda della crisi economica – non è stata causata dagli europeisti, ma dai detrattori delle istituzioni comunitarie, dall’incrociarsi dei loro egoismi. «Continuare a dividersi – è ancora Paolo Rumiz a parlare – sarebbe una follia, smantellare le nostre conquiste farebbe il gioco dei nostri nemici. Esiste un’altra Europa, di cui poco si parla. Un’Europa giovane e appassionata che sogna, viaggia, lavora, resiste, combatte. Un’Europa che si fa carico del proprio destino e non scarica sugli ultimi le colpe della crisi. È venuto il tempo di darle voce». Sì, il 26 maggio non possiamo disertare.

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