Senegal: il figlio muore in mare, fonda un’associazione di donne contro l’emigrazione irregolare

"L’Unione europea, Italia compresa, deve cambiare l’approccio e fare qualcosa per impedire la morte in mare di migliaia di giovani africani come mio figlio". È l'appello di Yayi Bayam Diouf, presidente del Collettivo delle donne per la lotta contro l’emigrazione clandestina (Coflec), una delle 20 organizzazioni italiane e internazionali partner del progetto “Ponti

di Patrizia Caiffa

Tre anni fa il figlio 27 enne di Yayi è partito dalle coste del Senegal insieme ad altri 81 ragazzi su una piroga artigianale e non è più tornato. Anziché andare a pesca, come al solito, sono stati convinti a tentare l’avventura folle di arrivare in Europa. Al largo delle isole Canarie sono tutti annegati a causa di un’onda assassina. Da quella tragedia dolorosa Yayi Bayam Diouf, ha trovato la forza per rialzarsi e fondare un’associazione per sensibilizzare donne e giovani del Senegal sui rischi delle migrazioni irregolari. È la presidente del Collettivo delle donne per la lotta contro l’emigrazione clandestina (Coflec), una delle 20 organizzazioni italiane e internazionali partner del progetto “Ponti”, cofinanziato dal Ministero dell’interno con un budget di 2 milioni e 650 mila euro, per contribuire a contrastare le cause profonde delle migrazioni in Senegal ed Etiopia, coinvolgendo anche le diaspore in Italia e i migranti di ritorno. Capofila del progetto è Arcs culture solidali.

Partecipano, tra le altre realtà, Cipsi, Gma Onlus, Dokita, Oxfam, l’Università La Sapienza di Roma. Sono stati informati e orientati al lavoro 15.000 giovani, altri 9.000 hanno frequentato corsi di formazione per realizzare attività imprenditoriali, e almeno 50.000 persone sono state raggiunte dai messaggi delle due campagne di sensibilizzazione sui rischi della migrazione irregolare. Secondo uno studio accademico realizzato in Senegal il 75% dei giovani vorrebbero emigrare perché convinti di non riuscire a trovare opportunità nel proprio Paese. Yayi Bayam Diouf ha portato la sua testimonianza a Roma durante l’evento finale di valutazione del progetto “Ponti”.

Tramite lo sportello di orientamento hanno ascoltato 550 persone da novembre 2017 ad oggi. 166 giovani e 244 donne hanno ottenuto finanziamenti per avviare microimprese. Hanno organizzato corsi di formazione professionale e sensibilizzato le donne e i giovani sui rischi delle migrazioni irregolari. “Provengo da una comunità tradizionale, molto patriarcale. Da noi una famiglia senza un uomo è considerata una famiglia destinata a sparire”, racconta al Sir.

Cosa è accaduto a suo figlio?

Mio figlio è sparito al largo del Mediterraneo. Era con altre 81 persone in una piroga artigianale. Sono partiti dalle coste del Senegal nel marzo 2017 per cercare di arrivare in Europa passando dalla Mauritania. Siamo una comunità di pescatori e questi giovani partono per campagne di pesca a Nouadhibou (in Mauritania) che durano tre o quattro mesi. Ma non hanno trovato pesci, allora altri giovani li hanno convinti ad andare in Europa con la piroga.

Come ha saputo della sua morte?

Quando si pesca si parte con due o tre piroghe, sia per sicurezza, sia per stare insieme. Erano partiti a bordo di due piroghe e durante la traversata c’è stata una forte onda che ha fracassato l’imbarcazione. Nel mese di marzo fa molto freddo. Sono tutti morti in mare. I giovani che erano sull’altra piroga ci hanno informato che erano tutti annegati.

Come si è rialzata dopo questa esperienza così dolorosa?

E’ terribile e difficile. Ma come donna mi sono detta: bisogna parlare. Ho avuto l’idea di riunire tutte le donne vittime dell’immigrazione irregolare, abbiamo iniziato a parlare e la nostra voce è stata ascoltata. Vogliamo dimostrare che la donna può portare un cambiamento positivo su questi temi. La nostra voce ha fatto sì che molte persone che volevano partire sono rimaste con noi, e hanno trovato un lavoro.

Quante donne siete nell’associazione?

Siamo 375 donne, tutte hanno perso figli o mariti in mare a causa dell’emigrazione irregolare o durante la pesca. Abbiamo gruppi all’interno del Paese e anche in Mali. La sede è a Thiaroye sur mer, un borgo di pescatori nella periferia di Dakar.

I giovani vi ascoltano e rinunciano a partire?

In generale quando le donne parlano i giovani le ascoltano. Durante le attività di sensibilizzazione molti ci dicono che non vogliono più partire. Grazie al progetto “Ponti” hanno avuto alternative che hanno mostrato la possibilità di restare nel proprio Paese, credere in se stessi e trovare un lavoro attraverso finanziamenti, microimprese. Da noi la maggior parte dei giovani non studiano ma scoprire che è possibile creare un’attività li convince a non partire.

Nella campagne di sensibilizzazione parlate anche delle vie legali verso l’Europa. Che però sono molto poche.

Non ci sono vie legali perché l’Unione europea ha speso soldi per contrastare le migrazioni irregolari attraverso la polizia di frontiera Frontex. Se queste risorse fossero utilizzate per creare centri di formazione e aiutare i giovani ad aprire attività imprenditoriali, non sarebbero costretti a morire in mare, al largo delle isole Canarie. La repressione non fermerà mai la migrazione. Si fermerà solo costruendo ponti, con la comunicazione, le informazioni, l’apertura delle frontiere, l’accesso alle ambasciate dei Paesi europei che al momento hanno alzato barricate insuperabili. E’ frustrante trovare i portoni chiusi, se si pensa poi che ogni uomo nasce libero e con il diritto alla libertà di movimento, è addirittura inconcepibile. Una chiusura che costringe invece i giovani a camminare per i deserti e ad affrontare il mare, per cercare di entrare in Europa.

L’Unione europea, Italia compresa, deve cambiare l’approccio e fare qualcosa per impedire la morte in mare di migliaia di giovani africani come mio figlio.

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