Che madri sono quelle che lasciano partire così i propri figli?

Quei bambini sui barconi, senza genitori

È notte, il mare è mosso. Voci concitate si confondono con il pianto dei bambini. Una motovedetta della Guardia Costiera affianca la nave Mare Jonio. A bordo della nave ci sono alcune persone tratte in salvo, il giorno prima, da un gommone alla deriva intercettato al largo della Libia. Provengono da diversi Paesi africani: 30 sono minori, 22 hanno meno di dieci anni, 7 donne sono in stato di gravidanza. Benché le condizioni atmosferiche siano avverse, alla nave della Ong, considerata “non inoffensiva”, è stato vietato l’ingresso nelle acque territoriali italiane. Proprio così. Per “motivi di sicurezza nazionale” la nave deve restare al largo e i bambini, per i quali comunque è arrivata l’autorizzazione allo sbarco, dovranno essere trasferiti sulla unità navale della Guardia Costiera che li trasferirà a Lampedusa. I piccoli naufraghi passano di mano in mano, di notte, in alto mare, sopra le teste dei volontari. Le braccia che li affidano ai soccorritori sono alzate come quelle di un sacerdote nel momento della elevazione del pane. L’immagine della bambina seminuda e smarrita, che guarda verso l’obiettivo mentre è sospesa a mezz’aria, resta una delle testimonianze più significative della disumanità nella quale siamo precipitati. E forse, più ancora dell’immagine, colpiscono le parole incoscienti che a partire da questo avvenimento sono state pronunciate. «Le Ong usano donne e bambini come scudi umani »: ha affermato proprio così, in un tweet da Paese in guerra, il leader di uno dei maggiori partiti italiani.

Si è diffusa, nel Web, una domanda retorica che acceca gli animi e nega ogni pietà: «Ma che madri sono quelle che mettono a repentaglio la vita dei loro figli? In fondo se la sono voluta, perché dovremmo prestare loro aiuto? ». Eppure sarebbe facile ritorcere questa domanda contro i suoi stessi autori, prendendo in prestito la terribile accusa lanciata da Pier Paolo Pasolini nella sua “Ballata delle Madri”: «Mi domando che madri avete avuto… Madri feroci, che vi hanno detto: sopravvivete! Pensate a voi! Non provate rispetto o pietà per nessuno, covate nel petto la vostra integrità di avvoltoi…». Già, che madri abbiamo avuto? E che genitori siamo, noi? Che idea di mondo stiamo consegnando ai nostri figli? Il sociologo Richard Sennett ha scritto che le società occidentali sono divenute società fortemente tribali: la solidarietà per chi considero mio simile si associa con l’aggressività nei confronti del diverso da me. L’ignoranza genera paura, la paura una chiusura disumana. Il fenomeno migratorio è di una complessità straordinaria, ed è indispensabile tentare di conoscerne le cause. Forse sarebbe sufficiente ascoltare le parole di Khalif, nove anni, uno dei bambini salvati dalla nave Mare Jonio che ha intrapreso – da solo! – il viaggio verso l’Europa: «Non ho nessuno che mi aspetta. Ma è sempre meglio che da noi. Sarei finito a fare il soldato. Mia mamma dice che non è giusto uccidere». Eccolo tornare, il tema delle madri che lasciano partire i loro piccoli, in un contesto che resta per noi incomprensibile.

Il politologo Robert Putnam ha parlato di “effetto tartaruga” per significare il rinchiudersi nel proprio guscio da parte delle persone che rifuggono dalla diversità. Però non tutto è perduto. Perché una tartaruga è anche la protagonista di una poesia di Alda Merini dedicata a Lampedusa, isola la cui forma ricorda un carapace: «Così, figli miei, una volta vi hanno buttato nell’acqua, e voi vi siete aggrappati al mio guscio, e io vi ho portati in salvo, perché questa testuggine marina è la terra che vi salva».

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