Le zone di confine, si sa, sono luoghi che mettono a nudo inquietudini sottili. Passaggi scomodi, che anche il più tranquillo dei turisti cerca di attraversare in fretta. Figuriamoci gli altri: i contrabbandieri, i disertori, i clandestini e, ultimi in ordine di apparizione nel corteo degli sgraditi, i cittadini dei paesi in cui il virus si è maggiormente diffuso.

C’è ancora molta confusione in merito alla riapertura delle frontiere decisa dai Paesi europei dopo le chiusure determinate dall’emergenza coronavirus. Austria, Grecia, Norvegia, tutti in ordine sparso. E questa volta il problema ci riguarda direttamente, perché tra le persone da osservare con sospetto siamo finiti proprio noi italiani. Ammettiamolo: ci dà fastidio essere collocati dalla parte sbagliata della storia. Dovevamo essere noi a chiudere i confini, e invece i confini ce li hanno sbattuti in faccia gli altri Paesi europei…

Ci troviamo ancora all’interno di un immaginario di guerra sviluppatosi all’inizio di questa crisi. In un articolo pubblicato da “Avvenire” lo scorso 21 marzo, la giornalista Lucia Capuzzi sottolineava come di fronte all’estendersi rapido dei contagi la maggior parte dei governi stesse adottando misure proprie di una situazione di conflitto, dalla chiusura delle frontiere allo schieramento dell’esercito. In un periodo storico caratterizzato da una infatuazione collettiva verso l’autoritarismo populista, le frontiere sono tornate ad ospitare trincee.

Eppure la metafora della guerra si è rivelata del tutto inadeguata per esprimere i valori fondanti di una società che si organizza per resistere all’epidemia. Invece di enfatizzare i principi di cura reciproca e solidarietà, si è preferito il solito linguaggio belligerante di lotta contro il nemico. Ci si può chiedere quanto la chiusura delle frontiere sia stata determinata dalla effettiva necessità di tutelare la salute dei propri cittadini, e quanto invece dalla volontà di alcuni governanti di servirsi di un sentimento diffuso di paura per legittimare il proprio operato politico.

Molti politici hanno riaffermato la centralità dello Stato nazione come unica organizzazione in grado di proteggere i cittadini. I fatti, invece, stanno dimostrando il contrario: lo stato nazione è inadeguato a gestire questa, così come le altre crisi globali che caratterizzano il nostro tempo: crisi finanziarie, migratorie, ambientali. A chi giova dunque alimentare un clima di guerra di tutti contro tutti, che finisce per screditare proprio quelle istituzioni sovranazionali, in primis l’Unione Europea, che sole sarebbero in grado di affrontare queste crisi?

Tra l’altro, per tornare ai fatti di casa nostra, il territorio italiano è attraversato al suo interno da cicatrici antiche, frontiere che qualche “sceriffo”, in questo tempo di crisi, ha cercato di riattivare sfiorando il senso del ridicolo. Ma è l’Italia intera a rappresentare un territorio di confine, tra l’Europa continentale e l’area del Mediterraneo. Una frontiera, o forse un ponte. Ci sono, in Alto Adige, al confine con l’Austria, valichi alpini dove sono ancora presenti resti delle fortificazioni militari della grande guerra. Resti di fortificazioni sono presenti anche a Lampedusa, nella parte dell’isola meno battuta dai turisti. Proprio vicino ai resti di un bunker sorge la porta d’Europa, il monumento dedicato ai migranti che qualcuno, nei giorni scorsi, ha sfregiato, imbrattandolo con teli di plastica nera. E qualcun altro ha pensato bene di dare alle fiamme i relitti dei barconi approdati sull’isola. Negli ultimi anni, purtroppo, le frontiere hanno ripreso a bruciare e noi italiani, questa volta davvero, rischiamo di restare dalla parte sbagliata della storia.

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